mercoledì 15 febbraio 2012

Ferri, prigioni, simboli tatuaggi

 Testo di Ilias Petropoulos, tratto e tradotto dal libro Rebetika tragoudia, prima edizione del 1968, Atene.


La parola prigione (filakì) si trova già in un canto del ciclo akritikò (1) e la parola budrumi (Budrum: prigione in turco) nei canti popolari (dimotika). Molte canzoni rebetika trattano il tema della prigione. Il carcere più terribile del XIX secolo era quello di Palamidi, nel Pe­leponneso, ma dopo la liberazione di Salonicco (1912), il più duro diventa il famoso Ghedi-Kulé (Eptapirghio in greco) della capitale macedone. Vamvakaris in una sua canzone, usa il verso “ela mia mera na me dis” (vieni un giorno a vedermi) che ricalca il verso di una canzone popolare del XIX secolo “ela st’Anapli na me dis”. Tutta una serie di rebetika sono scritti apposta per il carcere di Ghedi-kulé (Cala la notte a Ghedi -kulé, Il muro di Ghedi-kulé ho saltato una notte, Il fuggitivo di Ghedi-kulé). Parlano della cella, in vari modi e in molti rebetika. E si parla anche di tribunali, pene, fucilazioni all’alba, catene, chorofilakes (carabinieri), ferri e secondini.

“Desmofilakes anixte simera ti filakì
ke ti mana mu afiste narthi tho ja na me di”

“Secondini aprite oggi il carcere
e lasciate che mia madre venga a trovarmi”

Ai vecchi tempi i soldati chiamavano minaretti le punizioni in isolamento per 30 giorni.
I rebetes chiamano il carcere skolìo (scuola), strugù, sìdera (ferri), ghistani, psirù (pidocchiosa), colleghio, hapsi, stenì (stretta).
Stenì è una piccola area, un cortile (m. 1x3) del carcere di Palamidi, che si trova sull’isolotto di Burzi, di fronte alla città di Nafplio. Descrizioni eccelse del carcere nafpliota ci ha lasciato, lo scrittore Karkavitsas (2), in certi suoi racconti dimenticati o sconosciuti. Set­tantacinque anni fa Karkavitsas ha pubblicato sul giornale Estia dei racconti dove con emozione e in poche parole parla del boia di Palamidi, che abitava nell’isolotto di Burzi, di Miltiadis settore duro del carcere, di Aghio Andrea, altro settore del carcere destinato ai condannati con 5-15 anni di pena, dell’Arapi (l’arabo) cella tremenda, nei sotterranei del carcere, del gioco dei dadi e del buzuki che suonavano i carcerati, del punto a croce che molti facevano, delle loro canzo­ni, dei tatuaggi delle loro braccia, della fame e della tubercolosi che decimava i carcerati.
 I greci hanno conquistato Akronafplia (il castello della città) dai turchi il 3 dicembre 1822. Allora la chiamavano Its-kalé (for­tezza interna). Sono state costruite caserme e prigioni sotto il governo di Capodistria e il regno di Ottone, e ancora sotto quello di Giorgio I. Le stesse caserme e prigioni dove, qualche secolo più tardi, il dittatore Metaxas(3) rinchiudeva i comunisti. Poco tempo fa è stato chiuso il carcere di Acronafplia e di Palamidi, mentre il Ghedi-kulé a Salonicco è ancora funzionante.
Il settore del carcere dove vengono messi hassiklides ed eroinomani, si chiama Presvia (Ambasciata), la cella di isolamento (Arapis, “il nero”, il “negro”, l’arabo) “la nera”. Famosa la cella 15 a Ghedi-kulê dove in mezzo alla cella passava la fogna. I carcerati chiamano i secondini Prassini fili (la tribù verde) a causa del colore verde della divisa e li odiano fino alla morte. Si è soliti dire tra i condannati che il migliore della tribù verde lo devono impiccare. E quando la campana suona il silenzio, i prigionieri sussurrano:
“Filakes grigori­te/ emis kimùmaste ki essis gamithité”
(secondini affrettatevi/noi a dormire e voi fottetevi)

Il carcere è una micrografia di società particolare, con le sue regole, le sue differenze e le sue punizioni. I carcerati chiamano “il mondo fuori”, la società e la loro vita, è alquanto singolare. C’è un certo modo di riposare, di complottare, di lavorare, di fare la spia, di ipocrisia, solidarietà etc. Dentro al carcere la mastur­bazione e l’omosessualità sono come istituzioni. I carcerati sono uomini con un’esperienza immensa. La sera mangiano leggero, così non si appesantiscono, causa mancanza movimento. C’è una strofa caratteristica:
Triti – pempti macaronia
ki o maghas vgazi chronia
ke tin kiriaki me kreas
ke tzampa o kureas”

Maccheroni martedì e giovedì
e il maghas vive a lungo anche lì
la domenica c’è carne
e il barbiere è gratis

Nelle carceri si sentono storie terribili, che ti stupiscono. Il modo in cui i secondini tirano fuori i condannati a morte, per portarli alla fucilazione è tragico. L’espressione “tha fai o kolos su choma” (il tuo culo mangerà terra) significa che ti fucileranno. I carcerati sono dei mitomani: compongono lunghissimi canti rebetika che si trasmettono oralmente. Questi canti hanno una melodia elementare e tutti si assomigliano tra di loro. Quando li cantano usano come strumenti vecchie latte o cucchiai. Un tempo costruivano dei bagla­ma (piccolo buzuki) dalle anfore di terracotta. Adesso nelle prigioni sono vietati tutti gli strumenti, anche le ceramiche.

11. Simboli e tatuaggi

C’è un verso di una canzone popolare “katamessis sto stithos tu kori zografismeni” (in mezzo al petto una ragazza disegnata) che allude evidentemente a un tatuaggio. Prima che il tatuaggio diventasse segno e simbolo degli uomini della malavita, era abitudine in molti paesi che le donne si tatuassero dei simboli (la croce) alla radice del naso o sul dorso delle mani e gli uomini sulle braccia o sul petto. Il tatuaggio piace molto ai marinai e ai carcerati. Disegnano sul loro petto cuori infilzati da coltelli, nomi di donne, la loro amata, amo­re, giuramenti ed altro. Certi che resistono al dolore disegnano sul loro fallo una donna, dove la sua bocca, coincide con l’uretra. I colori usati sono per lo più il rosso e il blu. Nella malavita greca non si usano sim­boli complessi, o segni particolari, o scritture o mezzi di comunicazione come i fischi. Sono degni di nota i disegni e le scritture sui muri delle celle e dei bagni pubblici. Di solito sono proposte oscene intorno al verbo gamò (fottere) e disegni di donne che accolgono un immenso pene tra le gambe, o scene di inculamenti e altre che tutti conoscono.
  

(1) Akritikos kyklos o akritikà tragudia sono canti dimotikà che si riferiscono alle imprese dei akrites, le guardie di frontiera orientale dell'Impero bizantino .. Sono i più antichi canti popolari greci conservati e assomigliano al poema in versi del 12 ° secolo noto come "Epopea di Digenis Akritas. 

(2) Karkavitsas Andreas, scrittore greco ( 1865 - 1922 ). Si tratta di uno dei tre maggiori rappresentanti insieme a Alexandros Papadiamantis e Vizyinos Giorgios del naturalismo nella letteratura moderna greca.
 
 (3) Ioannis Metaxas ( Ithaca 12 aprile 1871 - 29 gennaio 1941 Atene ) è stato un alto ufficiale del esercito greco e poi primo ministro e dittatore (1936-1941). Ha preso parte alle guerre balcaniche e il 1917 fu esiliato in Corsica Nel 1936 , dopo varie circostanze, è stato nominato Primo Ministro della Grecia, e poi ha guidato l'imposizione del regime dittatoriale del 4 agosto, rimasto fino alla sua morte nel 1941.

Dimotikò e laikò tragudi

Testo di Ilias Petropoulos, tratto e tradotto dal libro Rebetika tragoudia, prima edizione del 1968, Atene.
Fin dal I secolo, il termine tragodia significa canto. Non è stato Zampeliòs (Spyridon Zampelios,1815-1881, storico e scrittore greco) ma Stilpon Kiriakidis ( Stilpon Kiriakidis: 1887- 1964 , storico e laografo folclorista) che ha mostrato quando il termine “tragedia” ha cambiato significato. Fino al 1950 il popolo greco ha creato e cantato canzoni d’amore in modo spontaneo. Dopo è stato difficile proseguire con  la composizione di melodie popolari di ogni forma, come nei periodi precedenti . La distinzione tra dimotikò e rebetiko  diventa comprensibile con la spiegazione dei ter­mini dimotikò e laikò. Comunemente accettate sono le seguenti definizioni: dimotikò tragudi (chançon folklorique) è la canzone popolare delle campagne, composta durante il feudalesimo, mentre laikò (chançon populaire) è la nuova canzone del popolo delle città. Precisamente, per la Grecia, dimotikà sono tutte le canzoni del popolo greco composte fino al 1821, mentre laikà sono le più recenti canzoni delle città, le serenate e i rebetika. Il rebetiko deriva, come forma e contenuto, dalle rime e dalle madinades (canti cretesi). La sua sostanza è l’“eros”, l’amore. Un amore vissuto sotto particolari condizioni, che sposta necessariamente il peso verso il contesto sociale. Il dimotikò descrive ambiente, vestiti, paesaggi. Il rebetiko descrive i senti­menti. Se l’asse del dimotikò è: eros – natura - ribelli (kleftes) – ottimismo – morte, quello del rebetiko segue la linea: eros – madre – rimpianto – povertà.  Il dimotikò tragudi, certe volte, aveva dei bersagli (i turchi, i benestanti, i monaci) finalità e missione precisa.
Il rebetiko tragudi è misura di una realtà triste, che si esprime durante la festa, con poche parole. Luogo di riferimento dei dimotikà sono i monti Agrafa. La prima parola o il primo verso di molti rebetika, spesso esprime molta amarezza. Si può dire che poca influenza hanno avuto sui rebetica le fiabe popolari. La scelta tra il Bene o il Male (frequente nei rebetica) forse è un elemento delle favole. Qualcosa di fiabesco c’è nella canzone di Tsitsanis “Htizun ke gremizun kastra” (costruiscono e demoliscono castelli). Comunque sembra che i rebetes prendano gli elementi fiabeschi fuori dalla Grecia, poiché i pochi elementi che troviamo nelle loro canzoni si trovano nei rebetika dell’Anatolia.

lunedì 12 dicembre 2011

Dal 1922 al 1952, i tre periodi del rebetiko

 Testo di Ilias Petropoulos, tratto e tradotto dal libro Rebetika tragoudia, prima edizione del 1968, Atene

Dal 1922 fino al 1952


Fuga da Smirne, 1922.

L’ultimo grande spostamento di popolazioni tra Grecia e Turchia,  è avvenuto nel 1922 (La Katastrofì). I greci che abitavano le città e le coste dell’Asia Mino­re, avevano già abitudini borghesi e poche tradizioni. Da profughi sono stati i principali diffusori dei rebetika insieme con i carcerati, gli hassiklides (fumatori di hascish), e i soldati. Dal 1922 fino al 1932 escono  dischi con nome o  pseudonimo del compositore, con famose (per l’epoca) cantanti (Marika Politissa, Rita Ambatzi, Rosa Askenazi), con san­turi, violini, e outia. Queste canzoni erano dette di stile arapiko o anatolitiko (anche Hiotis ha composto anatolitica più tardi) e la provenienza da Smirne era resa molto evidente.

Rosa Eskenazy con 
Mitsos Memsis( violino) e Agapios Tomboulis (tabur), 1932

Solo trent’anni è durato il periodo d’oro del rebetiko: dal 1922 al 1952 circa, suddiviso in tre periodi.
Nel primo decennio si affermò lo stile smirneiko, della città di Smirne ma nessuno dei compositori conosciuti all’epoca (Paul, Eitiziritis, Dragatsis, Marinos, Karipis) divenne famoso. Nel secondo periodo (1932-1940) gli outia hanno fatto posto a buzukia e baglamades, e le cantanti dei  kafè-aman ai “severi” cantanti dei tekedes che erano contemporaneamente composi­tori, parolieri e virtuosi del buzuki. Fu allora che il rebetiko, con classica semplicità, ha svelato il genuino mondo dei margini. 

 Il famoso quartetto di Pireo: Vamvakaris, Delias,Batis, Paghiumtzis,
Nel secondo periodo, che è l’epoca d’oro del rebetiko, periodo classico, emerge il rispettabile Markos Vamvakaris, grande cantante popolare, compositore e strumentista. E accanto a lui Tountas, Baianteras, Batis, Anestis Deliàs (che è morto giovanissimo), Stratos Payumtzis, Morfetas, Hatzihristos, Peristeris, Papaionanou.
Alla fine, il terzo periodo o laikò rebetiko (1940-1952) è l’epoca in cui Tsitsanis ci ha regalato le sue migliori canzoni, dove Markos (Vamvakaris) cantava Tsitsanis e Hiotis, suonava il buzuki nel disco di Harma. Era l’epoca della fame, dei forni crematori, degli spari e del terrore e di tutto ciò il rebetiko non ha cantato perché era ancora all’inizio. Non ha potuto però evitare di risentire la tragedia del periodo. Vassilis Tsitsanis è il mago di quel periodo, che fa si che il rebetiko diventi popolare, che ha parlato d’amore con la tenerez­za di una fanciulla, che ha pianto di nascosto per tutti quelli che sono caduti negli incroci sotto i colpi dei traditori, che suonava il buzuki in modo perfetto. Allora, Tsitsanis insieme a Mitsakis e a Hiotis hanno scelto nuovi cantanti con voci che ricordavano pescatori, muratori e verdurieri. Tsitsanis ha abbandonato definiti­vamente l’outi, il santuri e la mandola (la mandola la suonavano Tountas e Tsitsanis quando era ragazzo) usando nelle sue vecchie canzoni solo il buzuki e la chitarra. 

 Vasilis Tsitsanis
Inoltre Tsitsanis ha arricchito il rebetiko con taksimia (accordi, scale, melodie) complessi e difficili da suonare,  è stato il primo ad autonominarsi  nelle sue canzoni, ha cantato le pene d’amore, ha lasciato da parte le rime facili, ha scritto un vero e proprio inno panellenico – la “sinefiasmeni Kiriaki” (Domenica nuvolosa).
Le canzoni di Tsitsanis erano melanconiche, gentili, virtuose e sacre.
Ognuno di questi periodi (smirnèiko, classikò e laikò)  ha il suo stile e ogni stile si distingue chiaramente dall’altro.

Sul divertimento

Alla radice del (buono o cattivo) rebetiko, si trovano le cause, i modi e i luoghi del divertimento. Il maghas fa la passeggiata (seriani o tsarka) al mattino o al pomeriggio. Però le sole ore che contano sono quelle serali, alla taverna. Taverne e locali simili sono conosciute anche nel canto dimotico. La mescita di vini era luogo di bevute. La festa paesana (panighiri), la fontana del paese, la locanda, erano luoghi di vita all’epoca del canto dimotiko. Nella festa del dimotiko si mangia e si beve, mentre in quella del rebetiko si beve soltanto. Festa senza bere non si fa. Il bere nel dimotiko è festa collettiva, però i rebetes bevono e fanno festa per liberarsi dall’ama­rezza. Cercano l’oblio. Una noia mortale stringe le città. La festa del paese era festa popolare nella piazza (panighiri) o nel cortile della casa (gamos, matrimonio), durava almeno un giorno di danze saltellanti, molte voci e risate, con danzatori orgogliosi che volavano in aria, con spari e boati, era una vera gioia di vivere.I rebetes fanno festa nelle taverne, di notte, seduti, quasi melanconici, con improvvisi scatti rompono piatti, o cercano rogne, ballano piegati e allora battono la terra assorti. La festa moderna dura poche ore. Una festa del secolo scorso (XIX) durava da uno fino a sette giorni. Nelle feste di campagna del XVII secolo, c’era ordine, una serie di riti, rispetto dello spirito collettivo, danza collettiva, canto collettivo, tavola comu­ne, infinite offerte da un tavolo all’altro, qualcosa di analogo presentano quadri di pittori stranieri che rap­presentano feste neoelleniche degli ultimi secoli o anche feste dell’europa occidentale (kermesse). Adesso ognuno fa festa con se stesso, rinchiuso in piccoli gruppi in mezzo a sconosciuti, disadattati, senza sentire né vedere. Nella festa del rebetiko regna l’egoismo, l’assenza di organizzazione. C’è una differenza sostanziale tra la “gioia” (kefi) della festa aperta delle campagne dal gruppo chiuso della taverna. Temporalmente, il panighiri avveniva nel passaggio tra una stagione e l’altra. Il rebetis invece fa festa per fuggire dalle noie personali cercando la compagnia per comunicare le sue amarezze
 “ferte mia kupa me krassi ke kante mu parea”
“portate un bicchiere di vino e fatemi compagnia”
I canti rebetika e la danza zeibekiko sono espressione di questa amarezza della vita. Tutto è espressivo in un magha, come si siede, come invoglia l’amata
(“spasta re Mariò, ke ta plirono ego”
“rompi tutto re Maria, pago tutto io”)
come si alza e come piega la testa, come fuma, lo sguardo obliquo, come litiga. Di solito il rebetis finiva la festa all’alba, tornando a casa o in macchina o in calesse.

mercoledì 12 ottobre 2011

Jacques Lacarrière : Rebetika tragùdia


 
Se dovessi dire in una sola parola quello che, nel corso di questi anni passati in Grecia, è stato per me l’aspetto rivelatore (quello che porterei con me su un’isola deserta), direi: rebetika.
Ho citato più volte questa parola, senza spiegarla analiticamente. Ma non posso parlare in modo distaccato di questi canti così caratteristici che sono, ancora oggi, uno degli esempi più chiari di una civiltà popolare vivente.

Monte Athos


Non è mia intenzione, in questa sede, riassumerne la storia (d’altronde in parte sconosciuta) e neanche farne un acritico panegirico; perché si tratta, principalmente, di canti e danze di cui nessuno scritto saprebbe sostituire l’ ascolto e la visione. Queste melodie sono legate ai miei anni in Grecia e accompagnano sempre, nella mia memoria, ognuno dei miei soggiorni in questo paese. Il 1950 è per me l’anno di Creta e del Monte Athos, ma anche quello di “Ase me, ase me, na se lismoniso”, - “Lasciami, lasciami, dimenticarti” – di Tsitsanis. Il 1952 è l’anno del Monte Athos, di Salonicco, di Mikonos ma anche di “Ghennitika ja na pono”. – “Sono nato per soffrire” – anche questa di Tsitsanis. Il 1953 è l’anno di “ime békris kai batiraki” – “Ubriacone e senza un soldo” – di Mitsakis, penso.

Parlare dei rebetika, cioè delle canzoni dei rebetides – parola che si dovrebbe ormai saper tradurre ma che si sottrae come pallikari, levèndia, philotimi, kaimos, meraki e tante altre, diciamo che Rebetis significa (in greco) un uomo dei bassifondi, un uomo del “milieu” o semplicemente del sottoproletariato urbano: signi­fica un uomo povero ed emarginato, un uomo dello strato infimo della società, chiarendo subito che si tratta del significato e del valore borghese del termine.
Precisamente, il rebetiko rivalorizza il termine ipocosmos per farne il vero mondo (il mondo dove conoscia­mo la vita, la sofferenza, la realtà, in contrasto con il mondo convenzionale e falso della borghesia e dell’in­tellighenzia).

Alla fine, poter dire qualcosa sugli zeibekika, le danze che accompagnano questi canti, i buzukia e i bagla­mades, gli strumenti che sono loro associati insieme a tutto il mondo che ruota intorno a queste canzoni e a questa poesia popolare (la taverna, il vino, la miseria, la notte, la morte, la prigione, i porti, l’hashish, il narghilè, il deke e la mastoura), vorrebbe dire raccontare in pratica mezzo secolo di storia greca.
Considero queste canzoni altrettanto belle, altrettanto profonde ed emozionanti dei più bei blues con i quali d’altronde presentano così tante somiglianze (l’unica, la sola grande differenza è che le origini del blues sono rurali mentre il rebetiko da sempre è stato la musica della città. I principali compositori popolari greci dei rebetika – Tsitsanis, Vamvakàris, Daskalàkis, Mitsàkis, Papaioànnu, Màthesis, Bàtis – sono sullo stesso livello dei più grandi compositori blues come Armstrong, Fals Waller e Sidney Bechet. La storia del blues è conosciuta. La storia del rebetiko non è stata ancora scritta ma sono sicuro che un giorno sarà scritta – da stranieri o da greci – perché si tratta di una creazione popolare di valore universale.(da quando ho scritto queste righe, la storia del rebetiko è stata scritta da un amico greco – Ilias Petropoulos – nel bellissimo libro edito ad Atene “Ta rebetika tragoudia”).

Sfortunatamente, il rebetiko, si è evoluto molto più velocemente del blues: principalmente a causa dell’in­fluenza del turismo, che in pochi anni ha modificato i luoghi, l’ispirazione e il modo di orchestrazione di queste melodie, così che il suo periodo autentico, quello in cui sgorga da solo dalle bocche e dalle dita dei compositori popolari, non dura più di mezzo secolo. Diciamo che i primi rebetika, con ritmi, atmosfere ed esecuzioni definite che non cambieranno successivamente, sono del 1920 circa. Prima esistono delle melo­die anticipatrici: i karsilamàdes di Smirne, gli hassapika di Costantinopoli, di Ponto, di Brussa e Aivali, gli amanédes detti “politici”(1). Esistono cioè dei luoghi di cui il rebetiko conserverà certi elementi (tra i quali, l’uso del­l’espressione aman-aman che ancora oggi, ogni tanto, si sente ancora) ma il rebetiko non ha oggi più di mez­zo secolo di vita – una vita oscura, per un lungo periodo, confinata nei bassi fondi del Pireo, di Salonicco, di Galaxidi e Kavala, prima di essere scoperto dall’intellighenzia e da certi snob della borghesia ateniese. Ne parlo qui con una certa precisione perché sono stato testimone di questa riscoperta del dopoguerra. E quindi sono costretto, ancora una volta, a parlare di me.



Nel 1950, facevo l’autostop da Atene a Salonicco, perché volevo andare sul Monte Athos. All’uscita di Larissa, dopo una breve visita a Meteora, mi ha caricato un camionista che andava a Salonicco. All’ora di pranzo ci siamo fermati a mangiare qualcosa in una piccola taverna, di strada, vicino ad un paese o piccola città di cui adesso non ricordo il nome. Abbiamo mangiato tranquillamente e aspettavamo che calasse un po’ il caldo afoso prima di continuare il viaggio. Al tavolo vicino erano seduti e mangiavano un gruppo di muratori. Uno di loro si alzò e mise un disco a 78 giri su un vecchio grammofono. Era un disco tutto rigato, messo e rimesso centinaia di volte, da cui usciva una voce nasale e lamentosa che, all’inizio, mi dava sui nervi.
Un uomo si alzò e iniziò a ballare. Da solo. Quasi immobile, senza una consequenzialità evidente nei passi, muovendo lentamente il corpo, con qualche rara giravolta, delle semplici figure che sembrava improvvi­sasse. Il camionista si rivolse a me e con quel gesto abituale della mano, che in Grecia esprime il piacere e la cosa bella – la mano tesa e le dita unite verso l’alto – mi dice: zeibekiko! La parola mi sembrò turca e non vi ho dato molta importanza. Dopo un po’ un operaio, vedendo che ero straniero, mi prese la mano e mi fece ballare. Ripetevo, come potevo, i movimenti.
Abbiamo ballato così per quasi due ore senza accorgerci che si era fatto tardi. Questo fu il mio primo – e insicuro – incontro con il rebetiko. Nasale, languida, lamentosa: era “Ase me, ase me, na se lismoniso” la canzone più in voga di quell’anno. Dopo quella volta ho ballato dappertutto (per riassumere ciò che divenne in seguito più di un legame duraturo, una vera passione carnale per la musica, la danza, tutto ciò che cono­sce e prova il corpo nello zeibekiko), in tutta la Grecia, in ogni occasione... nelle isole, nei porti, nei caffè del Pireo, a Perama, a Menidi (sotto il monte Parnitha) e a Salonicco vicino ai mercati generali. In quegli anni, questi posti, queste piccole taverne, non erano ancora frequentate dagli intellettuali snob di Atene. Solo pescatori, camalli, camionisti, rebetes e maghes – come vengono anche chiamati con un termine quasi intraducibile. E così, a poco a poco, mi sono imbevuto di tali melodie e di questi balli. Ho imparato a ballare come ballano i greci, per se stessi, per la gioia di esprimere con il corpo liberamente quello che ispira loro la musica, il ritmo, le parole (tra l’altro ho sempre avuto una predilezione per i rebetika lenti e severi, che tanto assomiglia­no ai canti funebri e rituali).
Una cosa mi ha fatto impressione. Quando, dopo il viaggio al Monte Athos, sono tornato ad Atene e ho parlato con i miei amici greci della scoperta del rebetiko, tutti hanno avuto la stessa reazione: è una musica da orsi! Musica popolare! Non voglio essere duro e fare dei nomi, ma molti degli amici di allora – pseudo artisti per lo più – oggi non parlano d’altro che di buzukia, come tutti gli snob che vanno a stiparsi nelle taverne – costruite e rifatte appositamente per loro.
Tutto ciò non ha molta importanza, ma trovo sempre divertente, nonchè appassionante, essere testimone della nascita di una moda, o di un interesse più serio. Per me la conoscenza dei rebetika è stata casuale. Me li ha fatti conoscere la man­canza di denaro, costringendomi per molti anni a vivere con i camionisti e i pescato­ri, a frequentare le taverne popolari e i piccoli caffè dove con cinque dracme mangiavi agnello al pomodoro e con tre dracme un piatto di musakà, sorta di pasticcio di melanzane ripiene, e con due dracme una porzione di pesciolini fritti. Sempre la mancanza di denaro ha fatto sì che io dormissi negli alber­ghetti di dubbia fama del Pireo – dove con 15 dracme avevo stanza e compagnia di numerosi scarafaggi – o quelle locande dormitorio, dietro piazza Omonia, dove con cinque dracme avevi un posto letto in uno stan­zone da otto-dieci posti. Sono entrato nel mondo dei rebetiko dalla porta stretta della povertà. Povertà che mi ha fatto scoprire la Grecia con il sentimento di una libertà indicibile.
Per me, prima di tutto, il rebetiko è questo: un’atmosfera e una canzone insieme, volti silenziosi e caratteri­stici al tempo stesso, confusi con voci e danze, odori mischiati di ouzo, retsina, segatura e cicche schiacciate. Più tardi, con l’imbastardimento, dovuto al turismo, queste piccole taverne hanno cambiato volto: vetrine al neon piene di aragoste surgelate, prezzi inavvicinabili, piatti e bicchieri apposta per essere rotti dai clienti che gridano “hopa” con aria stanca per far vedere che si divertono un sacco. Il rebetiko non è morto. È morta, invece, un’epoca, - e una verità. Prova ne sia il fatto che, a parte il buzuki, nessun altro strumento originario viene usato oggi, né il sazi né il baglamas, né il taburas né l’outi. Tutti sono stati sostituiti dalla chitarra e dall’accordeéon, dal violino e dal piano.
Nella loro storia presunta – come inizia a delinearsi e se ne possono trovare delle tracce in Grecia – il rebe­tiko e lo zeibekiko sono nati alla fine del XIX secolo nei quartieri poveri delle città dell’Asia Minore. Que­sta musica e questa danza sono principalmente fenomeni urbani. Non hanno quindi nessun rapporto con la musica tradizionale e folkloristica che è sempre di tradizione rurale.
I versi e la musica sono opera di artisti autodidatti e quindi composti da un preciso individuo conosciuto da tutti. Non ha importanza se dopo il suo nome diventa famoso e supera i confini di un caffè, del quartiere e della città, si tratta sempre di creazioni personali, non sono mai opere collettive o di anonimi.
Quando dico che i compositori, anche quelli famosissimi sono autodidatti, intendo dire che suonano da quando sono piccoli il loro amato buzuki o il baglamas e lo suonano ad orecchio, senza saper leggere le note. Tsitsanis può fare un arrangiamento orchestrale o trascrivere per se stesso quello che le sue dita improvvi­sano, ma Vamvakaris, uno dei più vecchi e dei più grandi, non ha avuto mai bisogno di leggere una nota sullo spartito (così almeno sostiene nella sua “Autobiografia”). È facile che dopo l’onda di curiosità suscitata dal rebetiko e la frequentazione di musicisti “acculturati” e famosi, come Hatzidakis e Theodorakis, che si ispirano a queste melodie, alcuni compositori abbiano iniziato a trascrivere ciò che una volta suonavano di istinto. Vamvakaris conosceva la musica in modo totalmente istintivo e da solo non avrebbe mai avuto l’idea di trascrivere le sue improvvisazioni. Come i vecchi cantastorie di una volta, era capace di suonare qualsiasi pezzo a memoria. Fortunatamente, grazie alle prime registrazioni dei rebetika intorno al 1920, conserviamo alcuni di questi capolavori che forse i loro stessi autori avrebbero potuto dimenticare. Perché tutti erano iper­produttivi e instancabili. È impossibile calcolare il numero esatto delle loro composizioni che superano per ognuno diverse centinaia. Il rebetiko, quindi, nasce nei quartieri greci delle città dell’Asia minore, principal­mente Smirne-Izmir, Aivali, Brousse-Bursa, Costantinopoli-Instambul, e altre ancora.
Gli strumenti che si usavano erano il buzuki, il baglamas, ma anche altri che oggi non si usano più – come l’outi o il sazi – che si suonavano ancora in Grecia negli anni ’30. Questi strumenti, come forma, assomigliano al mandolino, ma hanno registri diversi, soprattutto il buzuki che può avere più registrazioni, dal momento che ogni buzuki può avere dalle quattro fino alle dodici corde (di solito ne ha sei). Il prezzo di un buzuki può variare dalle 450 fino alle 20.000 dracme. Non esiste quindi il buzuki, ma buzuki e buzukakia. Inoltre, ogni registrazione produce un suono differente. Non so tradurre quel termine greco che usa Vamvakaris nella sua “Autobiografia” che sul tipo e lo stile del rebetiko, parte dal tipo “anihto” (aperto) fino al “karaduzèni” e il “Sirianò” (rebetiko grave) e fino all’“Arapiko” (l’Arabico) e lo Yurukiko, un altro tipo di rebetiko severo. Per parlare del rebetiko si ha bisogno di un dizionario particolare che qui non disponiamo.
E adesso il ballo (Choròs). Il ballo è indipendente dalla canzone perché uno può solo ascoltare senza ballare. Il nome zeibekiko, ci costringe di nuovo a tornare in Asia Minore e agli zeibekides. Erano greci e costituivano una specie di armata autonoma che sfuggiva al controllo dei turchi, i quali alla fine sono riusciti ad usarli dal momento che il loro sterminio è fallito. Erano più o meno 40.000 uomini nel secolo XIX. Erano, in un certo senso, nell’era turca il corrispettivo di ciò che i “kleftes e armatoloi” (2) erano nel 1821 per la Grecia; con la differenza che gli zeibekides non attaccavano particolarmente i turchi, ma agivano per conto loro. Un’intera mitologia è cresciuta intorno a questi indomabili guerrieri, che con le loro orde devastavano l’area di Smirne, Brusa e Aidinio. Marginali e seducenti – soprattutto per i Greci che avevano gli stessi usi e costumi, le stesse leggi, la stessa lingua (un dialetto locale greco), le stesse danze e canzoni. Il loro stile di vestizione era particolare e sensazionale. Portavano in testa un berretto dritto; e intorno al berretto attorcigliavano una sciarpa di seta, con frange che arrivavano fino alle guance. E guardando una vecchia litografia, penso che questo tipo di berretto sia uguale all’antico berretto di Frigia, il nome antico di quest’area dove agivano gli zeibekides. Portavano un gilet ricamato e pantaloni fino alle ginocchia. Fasciavano strettamente le gambe con strisce di stoffa. Ai piedi calzavano pantofole morbide di pelle. Come armi avevano una pistola, un machete (jatagani) e un coltello. Non facevano a meno di queste armi né quando dormivano né quando ballavano. Conducevano tra di loro una vita chiusa. Mangiavano carne affumicata e bevevano latte di cammello; fumavano continuamente hashish e non gradivano essere contraddetti. Così, possiamo forse immaginare come ballavano! Secondo un viaggiatore occidentale del XIX secolo, le loro danze erano danze di guerra, severe e lente, assomigliavano al Pyrichios choròs dell’area del Ponto, comunità greche del vicino Mar Nero. Quest’aspetto pesante, lento, in combinazione con lo stile minaccioso, spiegano in parte certi aspetti dello zeibekiko attuale. La lentezza che lo caratterizza, la giravolta e il ritorno, l’equilibrio misurato del corpo con le gambe immobili, sono forse l’espressione danzante della mastura, lo sballo ovvero l’ubriacatura dall’hashish.
Ma le cose più importanti nel rebetiko sono la musica e la poesia dei versi (che non si descrive con le parole).
Dopo la “catastrofe dell’Asia Minore”, sconfitta dell’esercito greco da parte di quello turco-ottomano, sotto la guida di Attaturk nel 1924 (dove un milione di greci della Turchia si rifugiano nelle isole dell’Egeo, vicine alla Tracia, e nelle periferie di Salonicco o Atene!), i profughi hanno portato in Grecia queste danze e queste canzoni. Lì si sono sviluppate e diffuse in un ambiente simile a loro, dove si parlava la stessa lingua, senza l’influenza turca.
Ci sono rime e dischi di quell’epoca eroica tra il 1920 e il 1940, che esprimono bene la nostalgia di quel periodo. Perché quello che dice colui che suona o che canta, il compositore autodidatta (o la cantante scelta) è il lamento profondo degli emarginati e dell’ipocosmo, una litania della miseria, un lirismo del sottoproletariato che con la danza e il canto, col vino e l’hashish, cerca di trovare l’unica possibile via d’uscita.
Il pianto e lamento continuo che così viene espresso ha un contenuto sociale e storico preciso. Si potrebbe scrivere una storia del sottoproletariato urbano ascoltando queste canzoni, la povertà, l’esilio e il confino e studiando la galera, l’amore sempre tradito o irraggiungibile, la deriva notturna per le strade, il rifugiarsi nelle taverne ombrose, la notte, l’hashish, il narghilè, la morte…. Ecco alcuni temi comuni del rebetiko.
Precisiamo che i rebetika sono sempre scritti in rima che la traduzione non può sempre rispettare. La canzone “Nichtosse choris feggari” (Una notte senza luna) (composizione di Kaldara del 1947) parla di un condannato. Di certo si tratta di un prigioniero politico della guerra civile – esempio sacro di rebetiko con toni politici.
La fuga del rebetis, del maghas sono il vino e l’hashish. Il primo, naturalmente, è più semplice. Di vino, di ubriacatura, di taverne parlano quasi tutti i rebetika, ma di un vino triste, nero e pesante, vino che bevi per dimenticare non per fare festa e cantare. Tsitsanis, uno dei maestri del rebetiko, lo esprime meravigliosamente in una canzone del 1950 nel “Otan pinis stin taverna kathesse ke then milàs” (Quando bevi nella piola senza dire una parola)…….
L’altra fuga, quella più legata alla storia del rebetiko, è l’hashish. Hashish fumavano tutti i frequentatori della taverna e del teké. Il teké era un caffè dove si fumava il narghilé. Due volte mi è capitato di fumare, senza però arrivare a quel punto, così tante volte descritto dai rebetika, della fase della mastura. Molte canzoni usano una serie di termini, vero e proprio piccolo dizionario, per descrivere le cose e la situazione psichica dell’hassiklis – parole che non si traducono. In più, dal 1944, la censura proibisce ogni riferimento all’hashish. Così, espressioni abituali, come cannabis, si sono sostituite con altri termini e piante. Farò qui un esempio di una tema famoso, lo ha scritto nel 1935 Robertakis e lo troveremo più avanti in molte varianti……..

martedì 27 settembre 2011

Kafè-aman, taverna e palco

Testo di Ilias Petropoulos, tratto e tradotto dal libro Rebetika tragoudia, prima edizione del 1968, Atene.



I kafè-aman

È vastissima l’influenza del kafè-aman e della taverna nella formazione e diffusione del rebetiko. Solo nelle città c’erano kafè-aman. Solo le società più evolute li accettavano. Hanno dominato la scena dal 1900 fino al 1930. Elementi distintivi: il palco, gli strumenti, una cantante e il ballo. Si ballava allora zeibekiko, kar­silamà, tsiftetelia, alegra, hassapiko. Famosi i kafè-aman di Smirne, Volos e Saloniko. Le cantanti dei kafè-aman erano, di regola, di Smirne o di Costantinopoli. Nei kafè-aman di Smirne musicisti rumeni suonavano l’arpa o il santuri. Agli smirniotes piacevano gli amanèdes(1). E nell’orchestra c’era anche l’armonica. I rebetika di Smirne erano cantati da una una donna o uomo con voce “riccia” accompagnati da lira, lauto, santuri e violino. Con l’avvento dei kafè-aman è cambiato l’ingaggio dei musicisti. Da musicisti nomadi in caccia di una serata, a ingaggi atipici che duravano una stagione, invernale o estiva.


 Taverna e palco
La parola taverna non è nuova. La incontriamo in certe rime e altre canzoni popolari.
 
“Se ti taverna vriskete se ti taverna pini”
(in quale taverna si trova in quale taverna beve)

Nella famosa canzone di Menussis troviamo la parola krassopulio (mescita di vini). Nei rebetika ci sono molti riferimenti a taverne, reali o come luogo ideale.

“Otan pinis stin taverna kathesse ke then milas
kapu-kapu anastenasis ap’ta fila tis kardias”
(Quando bevi in taverna, sei seduto e silenzioso
ogni tanto, un sospiro dalle pieghe del cuore)

La taverna è luogo di consolazione o di divertimento. Luogo maschile. Qualche volta vengono anche le donne. Quando non sono donne di vita, arrivano nella taverna per una causa importante:

“klameni irthes mia vrathia
mes stis tavernas ti gonia”
(in lacrime sei venuta una sera
all’angolo della taverna)

L’originale vecchia taverna greca non aveva orchestra. Gli avventori si sedevano, solitari e pensierosi, o in piccoli gruppi silenziosi. Poche o niente finestre, senza tendine, con tavoli e sedie semplici. C’era sempre un bancone e un lavandino. I temi di discussione in taverna erano sempre di vita quotidiana. Dimosthenis Vutiràs(2) lo scrittore, ha ripreso molti dialoghi della taverna.


 
Il palco (patari), la taverna lo ha preso dal kafè-aman. I musicisti, che una volta suonavano in piedi, in mezzo al choros, nella piazza del paese, adesso sono seduti sul palco. Gli avventori li ascoltano e li osserva­no perché fanno sia akroama (concerto), sia theama (spettacolo). Davanti al palco si è creato uno spazio vuoto per tutti quelli che desiderano ballare; la pista da ballo è una creazione tarda.


 
I suonatori di buzuki (buzuksides) suonavano i rebetika, a inizio serata con severità, tardi di notte con gioia e all’alba con ironia e inventiva. Chi chiedeva una canzone fuori programma offriva ai musicisti sigarette e da bere. Inoltre gli da­vano dei soldi, che o buttavano dentro alla cassa del buzuki o in un piattino, messo apposta. I soldi di carta, li appendevano con uno spillo, sui vestiti dei musicisti, mentre nell’ XIX secolo li attaccavano sulla fronte di chi suonava il clarinetto. Dopo la festa, però, prendevano i soldi indietro. Per primo il famosissimo clarinettista zingaro Giorgios Suleimanis non ha permesso di prendergli le mance. Le offerte in denaro, i busuksides, le chiamano chartura (cartaccia). Spesso ricevevano insulti e minacce e per questo quasi tutti erano armati. I vecchi busuksides mentre suonavano, mangiavano e bevevano. Il bicchiere lo mettevano su un tavolino che avevano davanti a loro, o sul pavimento del palco, dalla parte destra della sedia dove sedevano. La sigaretta quando suonavano la tenevano con la destra tra il medio e l’anulare. I rebetes quando bevono solo all’inizio fanno cin-cin con i bicchieri. Dopo, ogni volta che alzano il bicchiere, semplicemente lo battono piano sul tavolo. Il brindisi “ante viva” esiste già nei canti dimotika. La rottura dei bicchieri è una vecchia abitudine greca. Nei momenti di entusiasmo i rebetes incitano: “suona, Hristo” – “butta un dolce accordo”. Nei rebeti­ka mai si fa menzione ai camerieri. Viene menzionato l’oste. Il conto lo faceva personalmente l’oste, inizian­do con la classica frase: “lipòn, echume ke leme” (allora, abbiamo e diciamo).


Note

(1) Amanès è un particolare tipo di canzone, monodica, lunga e passionale caratterizzata dalla ripetizione dell’ esclamazione turca Aman che significa misericordia, compassione.Mentre l’amanès sembra che abbia un carattere musicale turco, molti validi orientalisti e critici musicali sostengono che, anche se coltivato dai Turchi e altri popoli d'Oriente, risente l'autorità e l'influenza della musica bizantina e in particolare il suono chiamato "pesante", “greve”.
Musicalmente, gli amanedes hanno il proprio stile con la voce alta, greve e profonda che stira e prolunga in intensità e varietà i suoni delle parole, fornendo così passionalità orientale alla canzone.
All'inizio del amanès le parole sono divisi in suoni e sillabe , sviluppati in intensità e lunghezza e varietà di pronuncia in modo che un distico necessita di cinque minuti per essere cantato, per poi iniziare di nuovo, ripetendo lo stesso verso a un ritmo più veloce, accompagnato da altri cantanti in modo che le parole del verso possano essere compresi.
In Grecia si diffondono dal 1877, quando musicisti e parolieri iniziano a scrivere amanedes. La prima registrazione di amanedes avenne nel 1906 ad Atene, e circa lo stesso anno anche ad Istanbul .Va osservato che il 7 novembre 1934 il regime kemalista in Turchia ha vietato questo tipo di canzone in tutto il territorio turco per il fatto che si intreccia con i Greci e l'Impero Ottomano. Tre anni dopo il 1937anche il regime di Metaxas, con una specifica disposizione vieta questo tipo di canzoni in tutto il territorio greco considerato come una sorta di pura musica turca! Cosi gli amanedes sono stati proibiti in entrambi i paesi.


2. Demostenis Voutiras (1872-1958) fu uno dei più importanti romanzieri greci tra le due guerre mondiali.Nelle sue opere descrive principalmente le avventure di poveri, emarginati e indigenti. Molti contemporanei degli scrittori sono stati influenzati dalla sua opera.

mercoledì 21 settembre 2011

Il linguaggio del maghas: kutsavakika

  Testo di Ilias Petropoulos, tratto e tradotto dal libro Rebetika tragoudia, prima edizione del 1968, Atene.
Il linguaggio del maghas: kutsavakika

Molto presto, alcune classi di greci hanno creato linguaggi separati. L’ipocosmo ha avuto il suo argot con molti sottolinguaggi. I ladri parlano in un modo, i papatzides (chi fa il gioco delle tre carte) in un altro. I maghes parlano kutsavakika, come gli effeminati parlano i kaliardà (1). In tempi passati le maestranze edili della Macedonia ovest avevano il loro linguaggio. Gli usurai (kompoianites) comunicavano tra di loro e con i loro aiutanti con il loro idioma (korakistika). Nel 1951 è uscito un Dizionario della piazza (Kapetanakis, Vrasidas, To lexiko tis piatsas, Atene, 1951) ma migliore era il glossario che accompagnava il “Tubeki” di Petros Pikros (2).


L’argot è fenomeno universale. La difesa, la separatezza, la marginalizzazione portano alla sua creazione. Victor Hugo dedica all’argot francese un intero capitolo dei Miserabili. Molte cose interessanti sull’argot dice anche Lombroso. Certi termini dell’argot spagnolo del tempo, spiega Cervantes nel XXII capitolo di Don Chisciotte. I kutsavakika sono composti di parole greche, turche, slave, italiane o anche di parole ecomime­tiche. I kutsavakika non sono un linguaggio stabile. I termini cambiano continuamente così i “nemici” non riescono a capire il vero significato delle parole. Così si spiegano i molti sinonimi. Il narghilé si dice lulàs, thanasis, gurgus. L’hashish è conosciuto come mavri (nero), melahrini (mora), Damira, spa­gani (da Ispahan in Persia) (3), Brussalidiko (di Prussa in Turchia), tzura, hasan-kefi. Nei kutsavakika molte parole hanno differenti significati. Così tubekì significa (in base allo stile del parlante o del contesto) tabacco, silenzio, hashish, taci, e duzeni significa “gioia festaiola” o “accordamento del buzuki”. Nei canti rebetika non ci sono molte parole o frasi appartenenti all’argot. Forse Tsitsanis ha introdotto molti termini nelle sue canzo­ni. Certe parole ed espressioni dell’argot sono passate nella lingua quotidiana. Nei dimotikà esistono un po’ di parole che oggi usano i rebetes. Il verbo “saltaro” esiste in una canzone di Terisso in Calcidica, che si riferisce alla battaglia navale di Koroni e a Lambros Katsonis (4) (1792).

E in altre canzoni le parole: derben­derisa(disordinata, instabile), asikis(uomo fiero), hartziliki(mancia, paghetta), an lahi(se capita), marjioliko(grazioso), daithes(uomini coraggiosi e prepotenti), marjiolissa(graziosa), re(termine esclamativo), gustaro(mi piace), bekriliki(sbornia). Molto interessanti sono i termini che usano i rebetes per riferirsi a se stessi: tsakalia (sciacalli), skili (cane), skilos,skila viene riferita alle persone odiose (“nemico”, “matrigna”). Alla fine la parola turca rebetis (ataktos, alaniaris), forse non va confusa con il termine, di provenienza veneta, rebelos (ribelle)
.

1) Kaliardà: linguaggio degli omosessuali, descritto da Petropoulos nel libro “Ta kaliardà”, 1969, censurato e per il quale venne accusato di pornografia dalla giunta militare. I kaliardà è un idioma degli omosessuali comparso negli anni °40 e creato dalla necessità di avere un linguaggio e un codice di comunicazione tra loro, senza essere compresi dal contesto ostile che prevaleva allora. I kaliardà si sono sviluppati nel corso degli anni, hanno acquisito desinenze greche e influenze dal turco , francese e italiano

2) Pètros Pikròs, nato a Istanbul nel 1896, morì nel 1956. Fin dalla tenera età si trasferisce con la famiglia in Svizzera. Pseudonimo letterario di Pietro Genaròpoulos. Ha studiato medicina in Francia e Germania. Nel 1920 giunse ad Atene, dove ha lavorato nel giornalismo su quotidiani e riviste. Ha scritto testi di letteratura per bambini ed è stato ispiratore delle riviste “Protoporoi” e "Nea Zoi". Nei suoi scritti vi è una simpatia per la posizione tragica degli emarginati della società, creati dal sistema di sfruttamento. Naturalista in letteratura, sui modelli di Emile Zola e Maxim Gorkij, fa emergere dall’ oscurità il sottoproletariato del suo tempo. I suoi eroi sono umili e di nessuna considerazione che si gettano nel vortice delle grandi città per cercare di sopravvivere, dimenticando il loro passato e un futuro incerto. Con un linguaggio semplice, naturale e fluido, dà voce alle prostitute, gli sfruttatori, i meschini, i senzatetto, detenuti, tossicodipendenti, persone affette da tubercolosi e malattie veneree.
Sue opere
Chamena kormià, 1922, Corpi perduti
Sa tha ghinume anthropoi, 1924 Quando diventeremo uomini
O anthropos pu echase ton eafto tu, 1928 L'uomo che ha perso se stesso
Toumpeki, 1927

3) Brussalidiko: hashish prodotto nella citta di Brussa, oggi Bursa (anticamente Prusa), situata a sud del mar di Marmara. Spagani: hashish prodotto nella città iraniana di Ispahan o Isfahan

4) Lambros Katsonis ( 1752 - 1804 ) è stato un ammiraglio greco della marina russa, cavaliere e eroe del movimento di liberazione nel 1787 . Nel 1774 è entrato come ufficiale nel battaglione greco dell'esercito russo, dove raggiunse il grado di capitano. Con l'inizio della guerra russo-turca nel 1787 , si recò a Trieste , dove ha ricevuto dai Greci che vivevano lì alcune navi e cominciò con le incursioni e gli attacchi contro la Turchia nel Mar Ionio.

martedì 13 settembre 2011

Il maghas o il Kutsavakis

 Questo testo di Ilias Petropoulos è tratto e tradotto dal libro Rebetika tragoudia, prima edizione del 1968, Atene.
 
Il maghas o il Kutsavakis

È improbabile che la parola Kutsavakis derivi dal nome del litigioso caporale della cavalleria Dimi­trios Kutsavakis, che agiva nel periodo di Otone, re di Grecia dal 1833. Una serie di aggettivi caratterizzano l’ipocosmo: maghes, skilomaghes, daithes, rebetes, tsiftides, vlamides, tsakalia, mortithes, maghiori, alania. Secondo Fedon Kukulès (1) i skilomaghes erano allevatori di cani che accompagnavano alla caccia gli arconti medioevali. Inoltre, la magha significava gruppo di armati.



Magha di Arvanites 1820

Per la precisione magha era una piccola squadra di albanesi armati iregolari, che non avevano tra di loro una parentela (quando c’era parentela si chiamava fara). Nel 1821, data dell’insurrezione dei greci contro l’impero ottomano, i greci chiamavano magha l’unità minima di soldati guidati da un caporale. Due – tre maghes costituivano un buluki (25 soldati). A capo della magha era il maghatzis. La parola maghas la utilizza Makrigiannis (2) ed anche Papadiamantis(3) nel racconto “Stahtoma­sohtra” mentre nel “Lamento della foca” usa la parola maghopeda e da qualche altra parte la parola telbederis. Dalla canzone popolare deriva il verso “tris maghes ton apandissan ki i tris armatomenni” (tre maghes l’hanno incontrato e tutti tre erano armati). Gerontomaghas è il vecchietto che insiste nella maghià, mahalomaghas è il maghas che è conosciuto solo nella sua piazza, kuradomaghas il falso maghas, maghitis (maghitissa) il nuovo maghas, e horiatomaghas o vlahomaghas il furbetto dalla campagna che fa il maghas.
I maghes sono conosciuti già nei primi rebetika. I vlamides hanno un significato nelle canzoni popolari nei di­motikà(4) e un altro nei rebetika. I vlamides erano fratelli acquisiti. Nel rebetiko i vlamides erano gli amici del cuore. La parola si è salvata anche come cognome.
Alania erano le piccole barche dei greci molto utili negli scontri navali. Maghioros nel 1821 veniva chiamato il colonnello (maggiore). La parola tsiftis (leventis, orgoglioso, coraggioso) forse deriva da tsiftis che signifi­ca il bue di coppia da traino - e per estensione l’uomo che patisce vicino a noi. Il maghas dell’orologio era chi frequentava la magharia della piazza dell’orologio di Elgin.
Generalmente i maghes erano simpatici e amati dai greci perché il greco ama il greco per i suoi difetti. I maghes non erano tipi filosofeggianti. Non c’è un modo rebetiko di pensare. C’è un modo rebetiko di vivere. La mala aveva i suoi luoghi. Truba in Pireo e Bara in Salonicco erano i tipici quartieri dove i maghes hanno dominato o dominano ancora. Tra di loro i maghes si chiamavano fratellini, la loro morosa la chiamano sorellina o mammina.




Nikos Mathesis con tre maghes a Pireo, 1933

La spiegazione della parola kutsavakis da kutsà+vaino (cammino storto) che richiama il particolare modo di camminare dei kutsavakides non è convincente. I kutsavakides del quartiere Psiri (5) erano attivi tra il 1862 – 1897. Sembra che i primi kutsavakides erano di Aivalì insediati nell’isola di Syros. Dopo, quando Atene è diventata capitale dello stato greco, molti maghes di Aivalì e Syros si sono insediati nel quartiere ateniese di Psiri. Dopo la cacciata di Re Ottone i kutsavaki­des hanno conosciuto grande fama e i partiti li usavano come picchiatori e provocatori. I kutsavakides sono stati sterminati da Bairaktaris e dalla guerra del 1897.


Sei maghes nelle prigione di Egina, isola del Saronico,1932



(1)Koukoules Phaidon ( 1881 - 1956 ) è stato un byzantinologο greco, membro della Accademia di Atene. Nato a Ermoupolis nell’isola di Siros. Laureato alla Università di Atene, in seguito ha studiato linguistica e bizantinologia in Germania . Ha fatto l’insegnante di liceo a Istanbul e nel 1931 fu nominato professore di vita pubblica e privata dei Bizantini presso l'Università di Atene. Nel 1951 anno del suo ritiro è stato eletto membro della Accademia di Atene . E 'stato uno dei membri fondatori della Società di Studi Bizantini, di cui è stato segretario generale. Dal 1926 è stato direttore del Dizionario storico della lingua greca ed aveva pubblicato 20 volumi della Società di Studi Bizantini. Morì a Atene nel 1956 .

(2) Yannis Makriyannis ( 1794 - 1864 ) è stato un guerriero, generale ed eroe della rivoluzione greca del 1821. Ha combattuto con coraggio, saggezza e lungimiranza nel Peloponneso e Grecia Centrale. Ha usato i trucchi e le strategie della guerriglia per ingannare l'avversario. Scrisse un Autobiografia, documento importante sia dal punto di vista storico sia letterario.

(3) Papadiamantis Alexandros, (1851-1911), nativo di Skiáthos, fu uno dei primi grandi classici della prosa greca. Alcune delle sue novelle, edite in italiano, sono state raccolte in 2 volumi: Racconti di Pasqua e Racconti di Natale. Ma caratteristici della sua produzione sono soprattutto i romanzi L’assassina e La ragazza di Boemia, nei quali descrive, con una lingua al tempo stesso raffinata e popolare, il mondo umile e spesso tragico dei pescatori e dei contadini.

(4) Dimotico e Laiko: le due principali suddivisioni della musica greca, dimotikò tragudi (chançon folklorique) è la canzone popolare delle campagne, composta durante il periodo bizantino e l’era della dominazione turca, mentre laikò (chançon populaire) è la nuova canzone del popolo delle città. Precisamente, per la Grecia, dimotikà sono tutte le canzoni del popolo greco composte fino al 1821, mentre laikà sono le più recenti canzoni delle città, le serenate e i rebetika.

(5) Psiri è un quartiere storico di Atene . Il quartiere si trova nel centro di Atene ed è uno dei più antichi. Si trova tra la via Euripidou, via Geraniou, via Sofocleus, via Athinas, via Ermou, via Pireos e Asomaton. Il quartiere Psiri viene citato nel libro del medico francese Spon dal titolo "Viaggio in Italia, la Dalmazia, la Grecia e l'Oriente" nel 1678 , che si presenta come uno degli otto quartieri di Atene.
Dal 1870 Psiri era diventata una delle zone più pericolose di Atene. Motivo erano i famosi "kutsavakides", maghes della piazza che vivevano nell’illegalità. I kutsavakides rapinavano e talvolta uccidevano i commercianti causando grande spavento tra i passanti. La polizia interveniva di rado e senza grandi risultati. Alla fine l'azione dei kutsavakides terminò bruscamente nel dicembre 1893 , quando l'allora capo della polizia di Atene e Pireo Demetrio Bairaktaris ha deciso di ripulire il quartiere dagli elementi canaglia. In un mese è riuscito ad arrestare i maghes della zona e a controllare il quartiere per sempre.